Sulla Gazzetta un articolo che parla di noi

Uscito in edicola lo scorso 21 Maggio un articolo molto interessante sul nostro blog, su quello che vogliamo e intendiamo fare attraverso di esso.. Per tutti i vostri articoli contattateci alla seguente mail fanelliraffaele9@gmail.com saremo felici di poterli pubblicare.

 

 

Ragionamenti intorno un serio problema. Le infrastrutture interne dell’Italia Meridionale dal 1861 ad oggi

Si parlava di Piemontizzare quei Paesi del Regno di Napoli ancora difficili o quasi impossibili da raggiungere. Questo è quanto emergeva dalle prime discussioni sul Sud il 3 aprile 1861 e riportate dalla Camera dei Deputati all’alba dell’Unità d’Italia. Ma la Piemontizzazione è avvenuta realmente si o no? l’Onorevole Ricciardi diceva l’impiegomania è in parte effetto della corruzione borbonica, dall’altro lato era da attribuirsi al difetto dell’industria e dei mezzi di esercitare privatamente l’attività morale e fisica delle popolazioni napolitane e sicule. Con questo la Camera intendeva precisare che, i lavori pubblici non possono essere improvvisati. Ricordiamo due tragedie lucane il disastro ferroviario di Grassano del 1888 come quello di Balvano del 1944, tenuto vivo soprattutto attraverso delle recenti pubblicazioni. Ultima tragedia di rilievo nazionale la caduta del ponte Morandi a Genova tutto ad affermazione di come la nostra Italia abbia ancora tanto da imparare dagli eventi e in tanti casi come ancora manchi in maniera marcata per diverse regioni e per svariati motivi geologici ed economici una rete ferroviaria o stradale adeguata ancora oggi. Voglio menzionare un libro quello di Gianni Maragno dal titolo Il treno del bel canto con introduzione di Giovanni Caserta che vi aiuterà a farvi capire quello che, poteva essere il Materano come una qualsiasi provincia del Regno d’Italia a Sud. Dal libro” Le condizioni del personale ferroviario, che operava e risiedeva stabilmente lungo le tratte ferroviarie di nuova istituzione, erano davvero pessime, come del resto il quadro generale di gran parte della Basilicata, dove pochissimi erano i comuni risparmiati dal flagello della malaria. Questa situazione non migliorò negli anni successivi anche perché erano carenti i riflessi sulle condizioni locali della legislazione vigente che pure in qualche maniera si sforzava di porre riparo alle conseguenze dei contagi provocati dalla malaria”. Queste le condizioni in cui la linea ferroviaria Calabro Sicula linea Eboli Ionio versava sul finire del 800′ e i collegamenti stradali non erano in condizioni migliori. Al mio paese Sant’Arcangelo di Potenza in Val d’Agri solo un Onorevole Nicola Sansanelli (dicono sia stato fascista) ragionava sulla possibilità o meno della ricostruzione di un ponte caduto sul fiume Agri durante la Seconda guerra mondiale, così da poter lasciare definitivamente alla storia un antico servizio quello di Scafa con carro e buoi e tanto di tariffe presente dai tempi dei borbone fino a inizio Novecento. Ad oggi quel ponte è ancora percorribile a dimostrazione che quando le cose si vogliono fare si fanno anche a sud. Invece quando era sindaco l’Avv. Filippo Mastrosimone nel 1950 ci furono diverse opere pubbliche nel paese oltre aggiusti di strade interne la prima e più importante Corso Umberto I da ricordare in occasione di una visita pastorale. Furono le prime opere nel paese che, diedero un po di respiro e di speranza nel futuro ai contadini e le loro famiglie, una fu davvero geniale e importante la costruzione di un grande traforo che bucava la parete in arenaria sotto la matrice Chiesa dove esisteva già una rimessa per gli autobus e verso delle stalle a ponente. Così si unì tutto il paese a un rione di mille abitanti chiamato Mauro e sullo sfondo il famoso Sindaco immaginava già Piazza San Michele e il palazzo degli uffici comunali. Sollecitando più volte lo stato dei lavori al Ministero dei l.p tramite l’On. Emilio Colombo, quell’amministrazione ottenne circa 20 milioni di lire dallo Stato per la conclusione dell’opera ne costò trenta, solo dieci erano le disponibilità. I lavori furono seguiti dall’ing. Mario Della Ratta di Senise e eseguiti dalla Ditta Giovanni Finamore. Tante erano le difficoltà, la mancanza di un pubblico lavatoio cittadino ancora “si andava al fiume” venne realizzato al campo sportivo, anche quello con finanziamenti dello Stato nel 1949 con delibera comunale del 1946. Molte strade interne compresa la strada verso la Cavallerizza, furono riparate per le alluvioni del 1930-31 con l’acquisto di pietrisco a spese dell’Amministrazione del podestà Castronuovo. Tra le strade ferrate il Cavaliere Ranco in quella seduta di Aprile parlava della linea Torino-Napoli entusiasta che i lavori erano andati a buon fine. “Attraversando l’appennino nelle valli dell’Offanto e del Sele dal Tronto a Napoli concludeva non tardano i lavori con la massima alacrità.

 

La Bruna di Matera tra fantastiche luminarie e fuochi piromusicali. L’evoluzione di una festa

La festa della Bruna che, ogni anno cade il 2 luglio è da sempre il giorno più lungo e sentito per i materani. Diventata capitale Europea della cultura nel 2019 conserva un patrimonio culturale materiale e immateriale di inestimabile valore. Tutto questo viene rafforzato dalla forte azione sul territorio dell’Associazione Maria Santissima della Bruna e della Curia Arcivescovile, tutte le istituzioni vi partecipano civili e religiose. Si racconta in una leggenda locale che 631 anni fa, il carro di un contadino da fuori l’abitato scortò una giovane donna apparsa lungo la strada alle porte della città precisamente a Piccianello. Un miracolo un prodigio divino per la curia e una comunità costituita da poverelli che di rientro dai loro poderi di campagna lontani e tra strade impervie, rivedevano nella madonna il viso delle loro mogli o madri. La tradizione vuole che, i contadini sui muli diventarono cavalieri ben vestiti con corazze elmi, calzari e nastrini colorati per i cavalli che curano tutto l’anno aspettando la festa. Trombe e trombette seguono alla tradizionale processione dei pastori nei Sassi, storia secolare di un popolo oppresso dai Signori di ogni epoca. Negli ultimi anni la festa ha vissuto un bel cambiamento. Alle più piccole e modeste luminarie acquistate con il frutto delle questue e fondi comunali, si sono sostituite splendide luminarie musicali dal 2016, ogni anno è la ditta Santoro di Alessano (Le) a curarne le scenografie, con estrema semplicità e attenzione al paesaggio offerto da piazza Vittorio Veneto. L’accensione di queste luminarie avviene sempre il 29 giugno festa dei Santi Pietro e Paolo alla presenza di tanta gente. Mentre il carro trionfale su cui viene esportata processionalmente la statua della madonna con bambino, viene costruito attraverso un bando di concorso pubblico da maestri cartapestai locali come Nicoletti, i Daddiego e Raffaele Pentasuglia e la fabbrica del carro si trova a rione Piccianello. I colori sono vivaci e il carro con forte struttura di legno e trainato da cavalli al seguito di un auriga molto forte. La banda musicale di solito locale o pugliese si posiziona nella cassa armonica posta tra la piazza e via San Biagio verso l’altra piazza San Rocco. Molti gli eventi organizzati nei giorni precedenti la festa, menziono Vetrine in festa con Confesercenti, Confcommercio e Camera di commercio di Matera. La festa dei Cavalieri del 2011 a Piazza San Francesco con Quiz di cultura generale preparati, il minibasket in Piazza Vittorio Veneto un appuntamento ormai fisso per giovani e famiglie. Tutto questo è stato reso possibile non solo grazie alle spinte sociali, antropologiche e religiose di un popolo molto attaccato alle proprie feste e ai propri Santi ma anche grazie alla spinta di fattori economici come la presenza dell’Unesco e della Fondazione Matera-Basilicata 2019, l’Università. Alle ore 10.00 del 2 luglio si concretizza quello che è la festa già iniziata nei Sassi con la processione dei pastori tra spari e botti dietro l’immagine sacra della vergine. Così il Vescovo Caiazzo dopo una solenne cerimonia dagli scalini della Cattedrale (da poco restaurata) da il suo via, per la festa civile che si diffonderà rapidamente lungo le strade della città. Cavalieri, suonatori e bancarelle, madonnari sono la lieta accoglienza festosa di una città alla sua patrona. Un evoluzione tecnologica, sociologica, artistica e antropologica che non viene percepita se a Matera a questa festa ti rechi solo una volta nella vita. La forte storia di questa festa oggi, si percepisce dai giovani appostati che cantando e fischiando di gioia dalle ore 13.00 del pomeriggio sulla scalinata della chiesa di Santa Lucia aspettando il passaggio del loro carro che ci sarà solo alle 22.00 inoltrate, sono la vera conferma di una festa che non morirà mai. Una statua secolare quella di Maria Santissima della Bruna a Matera un manichino vestito facente parte di quel nucleo di “Madonne vestite” che rientrano nel 700′ pugliese e simile alla statua della più vicina patrona Mater Domini di Laterza (Ta) festeggiata il 20 maggio. Più bella artisticamente quella di Matera si trova ora nella Cattedrale e per lungo tempo nella chiesa di San Francesco insieme al patrono Sant’Eustacchio. Giunta la sera tra madonnari e cori, il carro si appresta come ogni anno a fare i famosi tre giri della cattedrale solo dal 2016 effettivamente lì, prima i giri si svolgevano a San Francesco per via del restauro del duomo. Consegnato il carro per lo strappo alla città e riposta la statua in adorazione dei fedeli a mezzanotte si assiste guardando verso murgia Timone allo spettacolo piromusicale già dal 2010. Anche questa è un evoluzione psicologica, storica e tecnologica per Matera perché permette a ogni materano e non di associare i suoni alle immagini della festa e dei luoghi della città attraversati e presenti nella propria memoria.

 

Dalla Francia di Luigi XVI a Matera. Nascere a fine 700′ tra le annotazione di un Notaio locale

Il suo nome era Luigi Carlo XVII figlio del re di Francia Luigi XVI e di Maria Antonietta d’Austria entrambe finiti alla ghigliottina con la Rivoluzione del 1789. Appena nato il 27 marzo 1785 suo padre, lo nominò Duca di Normandia. Quando suo fratello maggiore, Luigi Giuseppe, morì a otto anni (il 4 giugno 1789), Luigi carlo divenne il Delfino, cioè il legittimo successore al trono. I carcerieri del tempo lo chiamavano “piccolo Capeto”, o il “Lupacchiotto”, o anche “Luigi l’ultimo”: sebbene fosse solo un bambino, la sua esistenza era un problema gravissimo per la rivoluzione che aveva abbattuto il regno di suo padre. Vivo invece, era il più prezioso ostaggio da scambiare con le più importanti monarchie europee, ma ciò significava anche accettare le loro imposizioni. Quando Luigi morì, nella cella della torre del Tempio in condizioni che disonorano tutti coloro che ne furono anche solo in parte responsabili, il Comitato di sicurezza Generale tirò un respiro di sollievo. Un giorno recandomi come di consueto facevo dopo l’Università in archivio di Stato, a Matera in via Tommaso Stigliani incontrai il noto storico e regista Gianni Maragno che, stava facendo anche lui delle ricerche sul suo ormai famoso Monaco Bianco un personaggio ecclettico della politica socialista dei primi del 900′ ancora poco conosciuto dagli storici lucani e ancor meno nella cultura Materana. Tal che Gianni, mi disse di aiutarlo nelle sue ricerche riguardanti la fine dell’800′ e invece io mi dedicai a dare un occhiata alle mie cose nei protocolli di alcuni notai del Settecento della provincia. Ricordo bene che iniziai dal notaio Donato Glionna di Pomarico senza però trovare notizie interessanti oltre bei disegni, schizzi e raffigurazioni di animali molto graziose devo dire. L’ora si era fatta ormai tarda e prima di tornare a casa (l’archivio era sulla via del ritorno e quindi di passaggio quando le lezioni si svolgevano a San Rocco) decisi di imbattermi in un’altro interessante notaio che avevo già avuto modo di incontrare e approfondire nelle mie ricerche, il nome del notaio è Francesco Pantaleo sempre di Pomarico. Di solito i notai usavano annotare nelle pagine restanti dei loro registri o protocolli degli avvenimenti particolari della storia della comunità in cui vivevano o accaduti alla loro famiglia. Nel nostro caso il Pantaleo annota e descrive bene l’eruzione del Vesuvio del 1794 scrivendo che, era molto preoccupato per la salute della moglie incinta perché le polveri nere erano arrivate fino a Pomarico spinte dal vento verso la puglia. Nei registri del 1796 e 1800 ci racconta poi di due eventi singolari e importanti per la sua famiglia annota la nascita della figlia Briggida e del figlio Pietro Michele Goffredo. Considerato l’entusiasmo con cui annota queste due nascite e analizzati i registri del 1795 e 1794 sicuramente l’eruzione del vesuvio fu decisiva, drammatica e caratterizzante per la nascita del suo primogenito e non sapremo mai la storia di questi due ragazzi del profondo Sud a differenza della sorte del più noto e piccolo Luigi XVII, ma anche questa è storia e andrebbe analizzata per Pomarico.

 

 

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Roma Repubblicana. Fondare la Nazione da Roma

In occasione delle celebrazioni del 25 Aprile pubblico un passo dal libro di Giuseppe Monsagrati dal titolo Roma senza il Papa, La Repubblica romana del 1849 Editori Laterza- collana Storia e Società

La Repubblica del 9 febbraio

L’inaugurazione dei lavori dell’Assemblea Costituente romana ebbe luogo nella sala grande del Palazzo della Cancelleria – là dove era stato ucciso Pellegrino Rossi – lunedì 5 febbraio 1849. In precedenza i deputati, cinti di fascia tricolore, si erano ritrovati in Campidoglio, erano passati dalla vicina basilica dell’Aracoeli  a sentir messa, confermando per l’ennesima volta che si accingevano a far politica e non ad attaccare la religione; quindi, scortati da varie formazioni militari e in un grande sventolio di bandiere, avevano sfilato per il Corso tra due ali di folla festosa. Passando poi per il Pantheon, erano arrivati fino alla Cancelleria: 140 in tutto, tra gli assenti 11 dimissionari. Prima di mettere i deputati a sedere sui loro scranni sarà il caso di dare un occhiata alla composizione dell’Assemblea. Tra le varie zone dello Stato la più rappresentata, proporzionalmente alla sua densità abitativa era quella delle Legazioni (corrispondenti in parte all’attuale Emilia-Romagna) con 65 deputati; le marche ne elessero 50, il Lazio 32, l’Umbria 25; 7 erano originari di altri Stati italiani (tra questi Garibaldi, Mazzini, Cernuschi, Saliceti, ma di essi solo due furono eletti al primo turno; per gli altri bisognò attendere le suppletive di febbraio). I più votati risultavano essere Francesco Sturbinetti a Roma seguito da Armellini, Sterbini, Muzzarelli e, per ultimo, Carlo L. Bonaparte; Aurelio Saffi a Forlì (seguito da Felice Orsini); Carlo Rusconi a Bologna; Mamiani a Pesaro-Urbino; Augusto Vecchi ad Ascoli; Pompeo di Campello a Spoleto. Nell’insieme il profilo della costituente appariva politicamente abbastanza vario, perché, oltre ai democratici romani e ai repubblicani unitari che formavano la maggioranza, accoglieva anche non pochi esponenti del moderatismo, forti soprattutto a Bologna dove in passato aveva lasciato tracce profonde l’influenza di Gioberti. Da loro, orientati in genere a simpatizzare col Piemonte verrà la maggiore resistenza alla proclamazione della Repubblica.

   

 

 

Due Anni fa, una conferenza per i 400 anni del Convento. Una mia relazione

convento conferenza 1
Convento Conferenza

E così che, luoghi e monumenti del nostro patrimonio culturale oggi hanno la possibilità di festeggiare il proprio compleanno. Riti di passaggio che diventano un’occasione per educare a quel patrimonio “esclusivo” delle comunità che, decidono pur di non perire di ritornare a riconoscersi a pieno titolo in un simbolo appartenente alla propria cultura e di conseguenza anche di ripensare alla propria secolare identità vissuta. A Sant’Arcangelo tutto questo è accaduto testimonianza inesorabile è un grande polittico che vi accoglie dopo quattro secoli di storia aprendosi ancora una volta maestoso davanti ai vostri occhi mostrandovi una scenografia incredibile. Da uno scritto l’Apprezzo ritrovato e conservato nell’Archivio di Stato di Potenza, si apprende che: «La chiesa è a “lamia” con altare maggiore dove vengono segnalati i quattro dipinti della madonna e di altri Santi». Una struttura imponente oggi come un tempo, il convento dei frati riformati veniva così descritto da Antonio Galluccio e Lorenzo Ruggiano i due ingegneri che con esperienza e senso del dovere furono chiamati a valutare il feudo nel 1692. Attrazione principale la grande pala d’altare firmata da Giovan Bernardino Azzolino nel XVII secolo in uno dei riquadri laterali, si staglia con grande impeto su tutto l’altare maggiore investendo la navata centrale con giochi di luce e ombre davvero stimolanti, tanto da attrarre la mente e gli occhi del pellegrino una volta, del fedele o visitatore oggi su di essa per lungo tempo. Il suo valore storico, simbolico e spirituale, è immortalato su un fondo dorato ricco di creatività, genialità e fede frutto di altri tempi il 600’ un’epoca precisa, in cui la committenza locale rivolse i suoi interessi verso la pittura di mano napoletana. E in questo splendido scenario che lo scorso 8 aprile sono state allestite e inaugurate due conferenze in occasione della memoria dei quattrocento anni del convento, evento ricordo, interamente curato dal rinnovato Circolo Culturale Pietre Vive con presidente la Dott.Ssa Samantha Petrone in collaborazione con le parrocchie nella persona del suo parroco Don Adelmo Iacovino. Con entusiasmo gli organizzatori si dicono soddisfatti del primo risultato raggiunto. Un ciclo di conferenze ideate dal nostro circolo che hanno lanciato la cittadina verso l’anno da capitale della cultura di Matera 2019. La serata ricca di relationes ha visto la presenza di ospiti illustri come Don Luigi Branco e il Professore Francesco Sisinni due uomini da un ampio database culturale che hanno costituito, insieme al numeroso pubblico presente, il vero valore aggiunto in un momento di festa avvolto nel gran silenzio della meraviglia contemplata. Dopo una bella introduzione del parroco Iacovino agli argomenti da trattare, il Prof. Sisinni prende la parola tracciando in breve la storia del luogo partendo dai luoghi del francescanesimo in terra di Basilicata. Una rete di significati, arte e spiritualità che contamina uomini, donne e bambini nella loro quotidianità e nell’arco di tutta la vita ormai da secoli. Ci permettiamo di aprire ora una piccola parentesi prima di snocciolare altri argomenti per dire che, l’idea lanciata un anno fa dal precedente Consiglio Direttivo del circolo è stata da subito presa in considerazione dal nuovo direttivo e dal suo parroco, ed è potuta così diventare realtà grazie al loro sostegno e all’aiuto dei tanti soci e semplici simpatizzanti del circolo di fedeli e di laici importantissimi per la crescita culturale e spirituale di tutti noi. Premesso ciò, possiamo introdurvi con maggiore convinzione al discorso tenuto da Don Luigi Branco una colonna culturale e un punto di riferimento positivo per tanti giovani studiosi della nostra comunità. Don Luigi autore del libro Presenza Francescana in Basilicata edito da GraficaMente nel 2009 e quindi da profondo conoscitore e cultore della materia apre la sua conferenza interrogando i presenti sul perché e sul quando? I primi francescani in regione hanno realmente operato, per poi riportarci subito agli eventi locali spiegando attraverso i “fatti” rileggendo dal latino le lapidi sepolcrali, la storia degli altari famigliari uno per uno, i Siderio, i Molfese con il ricco altare lavorato e dedicato a Santa Lucia, gli Scardaccione, i Giocoli, i De Ruggieri, i La Ragione. Vengono descritte le statue, gli affreschi e i quadri più preziosi che fanno riferimento all’artista di Ferrandina Pietro Antonio Ferro che, incastonati da sempre nell’altare dedicato a San Pasquale di ius patronatus della famiglia De Ruggieri rappresentano oggi un unicum appartenente al patrimonio materiale di questa chiesa da salvaguardare e valorizzare conclude. Ancora insiste su due casi opposti, facendo prima riferimento agli sfortunati affreschi del chiostro del convento andati purtroppo perduti, che dalle notizie riportate dal Giocoli erano databili al 1640. E in seconda battuta pone l’attenzione di tutti sul restaurato quadro della Madonna del Silenzio, anche questo di notevole valore artistico. Infine il Branco, dopo un breve racconto della sua vita vissuta in questo luogo, ci invita ad attraversare una cancellata per essere accolti e per poter ammirare dice,un ambiente davvero particolare e la cappella consacrata nel 1703 dall’allora Vescovo di San Severo Mons. Carlo Francesco Giocoli ed oggi appartenente alla famiglia Scardaccione,in cui si custodisce la reliquia di San Fortunato Martire acquistata prima del 1781 dal Vescovo di Anglona-Tursi Mons. Salvatore Vecchionie poi passata nelle mani di D. Alessandro La Ragione e moglie Donna Caterina Sansone per la considerevole somma di quattromila ducati. Così si può leggere da un atto del 1782 redatto dal notaio Torraca Gerardo. In alternativa a queste poche righe di storia e fra le prossime mille a disposizione di una pubblicazione forse prossima in programma voglio dare senza grandi anticipazioni, l’idea di un progetto possibile che vede proprio nei prossimi anni il suo punto di approdo. La virtù dello scrivere è avvolte casuale, ma non è sicuramente il nostro caso. Per istinto, oggi solo grazie al potere della penna e agli interventi della Soprintendenza di Basilicata coadiuvata e seguita dal Ministero per i beni culturali e ambientali possiamo gustare le ricche architetture dal forte legame con un glorioso passato. Altro prezioso strumento sono le annotazioni del 1981 riportate nel Catalogo della mostra romana di A. Grelle Iusco dal titolo (Arte in Basilicata) in cui è possibile attingere e fruire delle notizie più interessanti a riguardo. Tutto questo è servito a baypassare un ulteriore danno da lancio di shuriken verso il vasto patrimonio culturale regionale e nazionale. Annoverato tra le meraviglie dell’epoca francescana in Basilicata questo convento deve la sua fondazione nel 1618 al Principe di Stigliano Luigi Carafa e all’Università di Sant’Arcangelo che, fortemente “a loro spese” come venne riportato nell’Apprezzo, lo vollero fuori le mura della città e né fecero uno degli scrigni gentilizi con altari ricchi di suppellettili che ancora oggi si possono gustare nella loro interezza. Il destino della chiesa fu segnato da due clamorose catastrofi, la prima fu il grande terremoto del 1857 da cui ne uscì quasi illesa senza gravi danni, ma solo con fratture alle arcate superiori e neppure dopo la soppressione dei Conventi di conseguenza all’Unità d’Italia avvenuta nel 1861 questo luogo ebbe pace. Infatti partì un lento iter che trovò il suo culmine con la soppressione definitiva nel 1866 e il trasferimento dei frati in altre sedi. Con la chiusura del convento questo fabbricato subì un inesorabile abbandono fino agli inizi del novecento, quando diversi lavori di ristrutturazione svolti dal comune resero i locali finalmente fruibili prima alla Prefettura, poi alla caserma dei Carabinieri e in fine al Carcere mandamentale. Con l’elevazione a parrocchia nel 1949 questa chiesa viene dedicata a San Rocco per via della statua del santo conservata al suo interno, abbandonando così la sua vecchia intitolazione a San Michele Arcangelo santo patrono della comunità. Attualmente questi locali sono utilizzati dalle suore “Figlie dell’Oratorio” come alloggio e per le diverse attività quotidiane. E’ proprio attraverso questi eventi, che bisogna dialogare, condividere le idee e farne sintesi comune per rendere la cultura una barriera al totale disinteresse. A tal proposito c’è l’idea di un calendario dedicato e inedito sul convento curato da noi del Circolo in collaborazione con la Parrocchia locale. In occasione dei festeggiamenti di San Rocco inoltre, è stata organizzata la presentazione del libro del Prof. Nicola Montesano dell’Università degli Studi della Basilicata dal titolo San Rocco del popolo edito da Osanna Edizioni 2016. L’evento è avvenuto in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di Sant’Arcangelo nella splendida location del convento il giorno 8 aprile 2018. A noi tutti infine, il dovere sacrosanto di tramandare la storia facendo tesoro di queste occasioni “nuove” con la consapevolezza che il sapere diventa l’unico vero allarme per custodire la nostra memoria.

Il ruolo centrale delle Piante, il caso della “Campanula Garganica” detta di Matera

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La pianta di Campanula Garganica (Campanula del Gargano, Campanula Adriatica) è una erbacea perenne rustica che produce fiori  di colore azzurro-violetto pallido, cresce spontanea nelle fessure umide della roccia Materana, dove nel paesaggio antropizzato dei Sassi, ha trovato il suo habitat corrispettivo alla Gravina pugliese. Oggi la Campanula detta di Matera, si trova nella lista rossa delle specie ha rischio estinzione, è fondamentale conservare il paesaggio per evitarne il definitivo tracollo della specie, tipica del giardino mediterraneo.

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Epoca fioritura: Maggio – Luglio

Altezza fiore: 15 cm

Charles Darwin annotò un giorno sul suo Journal of Researches ” lo scienziato esploratore deve essere innanzitutto un botanico, perché le piante sono il più evidente ornamento dei luoghi “.

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